25/04/2007

Tenpole Tudor

 A un certo punto dell'èra punk sembrava che i leggendari The Who avessero trovato la loro manifestazione più estrema, a base di chitarre falliche e accordi e testi stringatissimi e suonati a velocità massima: sui palcoscenici internazionali si affacciarono infatti i Tenpole Tudor.

 Una compilation eccellente

Correva l'anno 1981. I Tudor constavano di due chitarre + batteria + voce. Quest'ultima apparteneva al leader, l'istrionico, quasi acrobatico Edward Tudor-Pole (alias Eddie Tenpole), che si degnava ogni tanto di soffiare dentro a un sassofono o di violentare anche lui una chitarra. Ma il suo ruolo principale consisteva nel "cantare" (le virgolette sono d'uopo) indossando originali capi d'abbigliamento; in un concerto in Germania lo si vide per esempio con un cappellino busterkeatoniano, una bacchetta in mano e la faccia dipinta di un nero tigrato che tanto bene faceva risaltare l'azzurro dei suoi occhi ossessi.
Energia pura. Punk.

Il vero mestiere di Eddie Tudor-Pole (discendente diretto di Enrico VIII: un vero rampollo dei Royals inglesi!) è quello dell'attore. Lo era anche nel 1974, quando, con l'unico "bagaglio" musicale di uno smisurato amore per il rock'n'roll degli Anni '50, formò i Tenpole Tudor insieme al chitarrista Bob Kingston, al bassista Dick Crippen e all'occhialuto drummer Gary Long. Eddie non era propriamente un nuovo Chuck Berry, ma nemmeno un nuovo Johnny 'Rotten' Lydon, sebbene i Sex Pistols - e in particolare Sid Vicious, il quale però sarebbe tragicamente scomparso solo tre settimane dopo - avessero ad un certo momento pensato di assegnargli il posto lasciato vacante dal loro celebre cantante. La sua personalità sul palco era (ed è) comunque notevole. Gli erano soprattutto d'aiuto le sue qualità da commediante.

I Tenpole Tudor si esibirono insieme per anni, sempre scatenando un'elettricità a migliaia di volt, ma riuscirono a firmare un contratto con l'etichetta Stiff Records (dopo essere stati brevemente scritturati dalla Korova) solo dopo che Eddie apparve nel film sui, dei e con i Sex Pistols The Great Rock'n'Roll Swindle (1980). Con i Pistols, Tudor-Pole canta una cover terrificante di "Rock Around The Clock", nonché "The Great Rock'n'Roll Swindle" e l'ultima canzone del soundtrack: "Who Killed Bambi", scritta da lui medesimo.
 

 

Il single dei Tenpole Tudor "Three Bells In A Row" (1980) ottenne un buon successo commerciale. Tutte le porte si spalancarono. Senonché, oltreoceano si verificò un disdicevole "incidente". Avvenne durante la prima - e unica - tournée americana del gruppo. In un'intervista, interpellato a proposito della recentissima morte di John Lennon, Eward Tudor-Pole pronunciò questa enormità: "Lennon? Era solo un vecchio, noioso hippy". Immediatamente gli arrivarono minacce di morte, non gli fu possibile uscire dalla camera d'albergo... e iniziarono le prime tensioni all'interno dei Tudor.

[Nella sua affascinante Encyclopedia of Punk Music and Culture {Greenwood Press, USA, 2006}, lo storico e critico musicale Brian Cogan racconta tuttavia un'altra cosa. I Tenpole Tudor stavano tenendo un'acclamatissima gig in un night club di Cleveland quando si sparse la notizia dell'uccisione di John Lennon. "Quando il loro gargantuesco frontman Eddie Tudor Pole tornò sul palco per il bis, era in lacrime. Abbaiò una dedica alla memoria del grande artista assassinato e attaccò con il brano 'Rock and Roll, Part Two' di Gary Glitter." Da ciò si evince che l'atteggiamento cinico di Eddie davanti ai giornalisti era solo una posa. Un colpo di follia di cui si ebbe sicuramente a pentire.]



Il loro primo album Eddie, Old Bob, Dick and Gary fece registrare anch'esso, insieme ai due 45 giri che ne furono tratti (Wunderbar" e "Swords of a Thousand Men") ottime vendite.

Guarda il video di "Swords Of A Thousand Men"

Meraviglioso quel primo scorcio degli Anni '80. La voce di Eddie "Tenpole" ruggiva dal juke-box Wurlitzer: "Throwing my baby out with the bathwater..."

Guarda il video di "Throwing My Baby Out With The Bathwater"

Nello stesso anno 1981 i Tenpole Tudor realizzarono il loro secondo LP: Let The Four Winds Blow. Altro successo, e memorabili shows in mezza Europa dello scatenato quartetto, con Eddie Tudor-Pole a tratti bardato in un'armatura medievale (!). L'entusiasmo però era smorzato: la consapevolezza di non poter mai conquistare gli U.S.A. a causa del faux pas di Eddie aveva spezzato l'impeto iniziale.

Già nel 1982 Eddie Tudor-Pole decise di sciogliere i Tenpole Tudor; il resto della band continuò a suonare sotto il nome The Tudors, mentre Eddie cercò a più tratti di risuscitare il gruppo (anche in versione cajun) concentrandosi però primariamente sulla sua attività recitativa ed esibendosi a più riprese in formazioni swing e jazz.
Oggi i suoi concerti sono su base rigorosamente acustica, ma il "punker" in lui non è affatto morto; tutt'altro...

***

Tra i film in cui recita Edward Tudor-Pole: Harry Potter and the Chamber of Secrets (2002)('scenes deleted'; ruolo: il proprietario d'emporio Mr. Borgin); GamerZ (2005); Some Voices (2002); Absolute Beginners (1986: il suo personaggio è Ed the Ted, e la canzone dei Tenpole Tudor presente nella soundtrack si intitola "Ted Ain't Dead"); The Great Rock'n'Roll Swindle (1980); Drowning By Numbers (1988); White Hunter Black Heart (1990; con Clint Eastwood); inoltre: diversi film diretti da Alex Cox, come Sid & Nancy (1986; storia della fatale relazione tra Sid Vicious e Nancy Spungen) e Straight to Hell (1987; in italiano "Dritti all'inferno", curioso spaghetti-western che ci offre la visione di un'isterica Courtney Love). E' stato visto recentemente anche in Quills (2000), romanza horror interpretata da Geoffrey Rush, Kate Winslet e Michael Caine, e in The Life and Death of Peter Sellers (2004) nei panni del famoso comico Spike Milligan.

Guarda Tudor-Pole insieme ai Pistols in The Great Rock'n'Roll Swindle 
 
Video dell'hit "Wunderbar" (da 'Top Of The Pops', 1980)

 Absolute beginner...

 ... e colpito a morte in uno spaghetti-western

Per chi volesse approfondire la ricerca su questo inverosimile discendente della casata dei Tudor, ecco alcuni suoi nomi alternativi: Eddie Tudor Pole, Edward Tudor Pole, Eddie Tenpole, Eddie Tudorpole, Tenpole Tudor, Eddie Tudor-Pole, Ed Tudor-Pole (... !)



Naturalmente si parla di lui anche sui siti dedicati ai Sex Pistols.




20/04/2007

Genesis... rivisitati (l'ultimo capitolo)

 Nel 1996 Steve Hackett decide di dedicare un album al gruppo che lo aveva lanciato e che lui aveva abbandonato vent'anni prima. Genesis Revisited presenta undici titoli della band, tra i quali "Watcher Of The Skies", "I Know What I Like", "Firth Of Fifth" e "Your Own Special Way". I suoi collaboratori sono il bassista e cantante John Wetton (King Crimson, Asia), il bassista Tony Levin, il batterista degli Yes Bill Bruford, l'ex batterista dei Genesis Chester Thompson, il co-fondatore dei King Crimson e dei Foreigner Ian McDonald, il cantante degli Squeeze e di Mike And The Mechanics Paul Carrack e il cantante degli Zombies Colin Blunstone. Ne esce fuori un prodotto che suscita reazioni controverse. E' proprio una "rivisitazione": mentre brani come "Fountain Of Salmacis" e "For Absent Friends" acquistano nuovo splendore, altri soffrono per il sovraccaricamento di effetti sonori (riverberi, voci distorte e altro). L'ascolto in generale è comunque buono, soprattutto se si dimenticano i Genesis "progress" e si considera l'album un divertissement esclusivo di Steve Hackett. Interessante il ripescaggio di "Valley Of The Kings" (composizione strumentale di Hackett, non-genesiana) e di "Deja Vu", un'incompiuta di Peter Gabriel dei tempi di Selling England By The Pound,  portata a termine dal chitarrista e qui cantata da Paul Carrack.

Ritornando alla storia dei Nostri...



Dopo la misticheggiante critica sociale di The Lamb..., in A Trick Of The Tail (1976) si assiste al tentativo di ritorno ad oscure leggende, con tanto di spiriti e diavoletti; e all'exploit di Collins in veste di cantante tout court. La canzone più interessante, almeno per i biografi del gruppo, è quello che dà il titolo all'album. "A Trick Of The Tail" è stata scritta da Tony Banks ed è palesemente dedicata all'accolito dileguatosi.

"Stanco della vita nella città d'oro
se n'è partito senza dire nulla a nessuno.
È tornato all'ombra delle torri della sua gioventù,
tutto solo con il sogno di tutta una vita.

     (...)

Tutti gli altri gli apparivano strani.
'Non hanno né le corna né una coda
e ignorano la nostra esistenza.
Sbaglio a credere in una città tutta d'oro?'
si chiede piangendo."

Nonostante l'assenza di Peter Gabriel, A Trick Of The Tail è un album accettabile, che segna il ritorno al prog più genuino, quello "onirico", di fattura pioneristica. Contiene alcune deliziose ballate.

Wind & Wuthering (1977)
Da Wind & Wuthering in poi i testi diventano più straight, più convenzionali. O cercano di esserlo. Beh, certo, senza il poeta Gabriel a dare l'input visionario...! E' cambiato qualcosa anche nella distribuzione dei credits. Già in Trick Of The Tail i singoli brani non erano più firmati dall'intero sodalizio, ma da chi li aveva scritti. Lo stesso si ripete qui, e di nuovo si mette in luce Tony Banks per la sua abilità compositoria.
La seconda e terza track ("One For The Vine" e "Your Own Special Way") sono molto orecchiabili. Specialmente quest'ultima ha armonie poppeggianti; si tratta di un tipico brano à la Collins per intenderci, anche se il booklet indica Mike Rutherford come autore.

 Seconds Out del '77 è il loro primo live doppio e registra la presenza dei batteristi "da tour" Bill Bruford e Chester Thompson (Phil non poteva sempre cantare mentre stava ai drums). Molto intrigante, anche se non racchiude esattamente il meglio del repertorio genesiano.

Se ne va pure Steve Hackett... ...And Then There Were Three (1978). Un album che, di nuovo, contiene alcune tracks di facile ascolto ("Follow You Follow Me", "The Lady Lies", "Many Too Many"...), ma è "intenso", "sentito" come A Trick Of The Tail. I testi sono sempre più accessibili, alquanto "discorsivi", e ogni singolo brano è firmato dal trio superstite. Ufficialmente, la dipartita di Hackett sembra essere avvenuta senza alcuna polemica, ma è significativo che Collins, Banks e Rutherford gli dedichino didascalicamente il titolo del disco. Ancora più significativa è la canzone d'apertura, "Down And Out", dove il protagonista sottolinea:

"Voi ed io sapevamo bene
che non poteva continuare per sempre.
Perciò devo dirvi, seppure con rammarico:
d'ora in poi, sappiate,
dovete cercare di aiutarvi da soli."

Come il precedente album, anche ...And Then There Were Three comincia con un pezzo furioso (almeno per i livelli genesiani) subito seguito da una ballata orecchiabile.

Duke (1980)
Phil Collins prende in mano le redini e ciò segna l'inizio del declino dei Genesis. Phil proviene dal jazz e ama le improvvisazioni (afferma di ammirare i Weather Report) e inoltre, essendo batterista, viene enfatizzato il ritmo ("Behind The Lines", "Duchess"); ma non mancano le canzoni melodiche decisamente lineari e quindi di facile ascolto: "Misunderstanding" e "Alone Tonight", per citarne due, potrebbero benissimo trovar posto in un album di Collins (che in quel periodo stava preparando il proprio debutto Face Value). "Duke's Travels" e "Duke's End" sono ottimi pezzi strumentali, ma è evidente che i "nuovi" Genesis aspirano a essere "radio friendly". E difatti...
Dell'album in questione si salverebbero, oltre a "Duke's Travels" e "Duke's End", i lenti "Heathaze" e "Please Don't Ask", se non fosse che, dopo l'inizio promettente, ambedue scivolano nella melliflua ripetitività tipica di quell'incantatore-di-cuori -semplici che è Collins. In realtà, lui il jazz-rock vero lo pratica con i Brand X, suo side-project...
Nel suo desiderio di non ripetersi, la band va verso l'autodistruzione, anche se non ne è ancora cosciente.

Abacab (1981)
I Genesis proseguono sulla via imboccata con Duke, affidandosi alla drum machine molto più che alla batteria di Collins. Sebbene ci ritroviamo a migliaia di miglia dalle atmosfere di Selling England (Allan Jones scriverà sul prestigioso Melody Maker: "I Genesis, questi rappresentanti in via di estinzione del rock più sfarzoso"), Abacab può ritenersi un prodotto accattivante; soprattutto nell'ottica di quella che era la musica in quel primo scorcio degli Anni Ottanta. Ma i Genesis non assomigliano più a se stessi. Come in Duke, anche in quest'album sono contenute songs che potrebbero essere di proprietà esclusiva di Phil Collins. C'è da annotare che Abacab fu il primo album che la band registrò in proprio, ovvero negli studi di The Farm (Surrey). E, per la prima volta, I Genesis si servono di musicisti da session: la sezione di fiati degli Earth, Wind and Fire in "No Reply At All". (Gli Earth, Wind and Fire appariranno anche nell'album solista di Collins Face Value). Proprio "No Reply At All" è un pezzo A&R, e dunque lontano dagli standard progressivi, e da qui certamente il successo di vendite del single. Per fortuna, il resto del disco gira in maniera più intelligente, a dispetto dell'uso spropositato della drum machine. Ascoltare, per credere, "Abacab", "Keep It Dark", "Dodo/Lurker" e "Another Record"; e, con qualche riserva, "Like It Or Not". L'unica track che decisamente delude è "Who Dunnit?", una filastrocca distorta dall'elettronica; qualcuno pensò insensatamente di inserirla nell'album al posto della migliore - e di gran lunga - "Paperlate"...

Three Sides Live (1982)
Una collezione di pezzi tra i più popolari del gruppo, tutti eseguiti in concerto, e contenente tra le altre cose un'appagante versione di "Abacab". Nell'edizione americana, alle tre facciate live ne è stata aggiunta una quarta di registrazioni in studio che comprende la fantomatica "Me & Virgil". Le performance dei Genesis avvengono davanti a un'ormai folta audience. Tuttavia, Three Sides Live fa rimpiangere la magia del precedente live Seconds Out.

Genesis (1983)
Sull'onda del successo di Abacab, i Genesis producono un album omonimo che li catapulta definitivamente nelle liste dei bestseller. Assurdamente ma non troppo, dell'èra "collinsiana" è questo il disco dei Genesis che io personalmente preferisco, in quanto contiene non solo smash hits come "Mama" e "That's All", ma anche brani a tratti rockeggianti ("Just A Job To Do", "Home By The Sea"). Niente evita comunque che, a causa di quella "spontaneità" fortemente voluta da Collins, siamo usciti definitivamente dalle sfere del progressive.

Invisible Touch (1986)
Buon disco pop, con belle canzoni (soprattutto le prime quattro) che a suo tempo ebbero un vasto airing e che ancora oggi vengono a tratti riproposte da emittenti mainstream. Non che i testi siano poco interessanti: anzi. "Land Of Confusion", ad esempio, si può definire a tutti gli effetti una canzone di protesta. Ma, musicalmente, siamo ai livelli di MTV.

Seguirono We Can't Dance (1991), la compilation The Way We Walk: The Shorts/The Longs (1992/93) e, col bravo Ray Wilson a sostituire come vocalist il dipartito Collins, Calling All Stations (1997). Abbiamo definitivamente a che fare con un gruppo pop, lontanissimo dagli standard del prog.
Nonostante una promotion senza precedenti, Calling... non fece riscontrare l'interesse sperato, tanto che dovette essere cancellato il progettato tour negli States. Quest'album segna la fine (solo virtuale?) dei Genesis.

Assurdamente, per ascoltare i veri Genesis, da anni ci si deve affidare alle cover band: Supper's Ready (altoatesini), Nursery Cryme (trentini), Musical Box (di Montreal, Canada)... Tutti cloni eccellenti del gruppo.


13/04/2007

Genesis - 'The Lamb Lies Down On Broadway'

The Lamb... ci offre più un rock spontaneo, improvvisato, che eleganti intarsi sonori.
Tony Smith, manager dei Genesis fin da Selling England By The Pound, ovvero fin da quando Tony Stratton-Smith decise di dedicarsi solo ed esclusivamente alla sua Charisma Label Records, aveva proposto come nuovo progetto un riadattamento in chiave moderna de Il piccolo principe, il celebre libro di Antoine de Saint-Exupéry. Ma Peter Gabriel replicò che aveva già in cantiere un'idea sua.




Dalla grande massa di materiale che i Genesis produssero risultò un doppio album concept. Sulle sue quattro facciate, The Lamb Lies Down On Broadway racconta l'epopea del puertoricano Rael, prototipo di quei punker che di lì a poco avrebbero riempito le strade di New York (dove la storia è ambientata) e delle altre metropoli del mondo.
E' una rock-opera piena di situazioni oniriche e delle immagini distorte di una realtà a brandelli. In quel periodo, Peter stava attraversando una crisi personale; inoltre coglieva i cambiamenti che avvenivano intorno a lui: come un precog, "sapeva" che presto il nostro pianeta non sarebbe stato più lo stesso. Così, le (dis)avventure del suo Rael sono distanti anni-luce da Ermafrodito, da Romeo e Giulietta e dagli altri archetipi con cui finora i Genesis avevano viziato i loro fans. (Frammenti di questa precognizione sono comunque presenti anche negli album precedenti.) 
 
Durante la campagna promozionale per The Lamb Lies Down On Broadway, a Cleveland, nel 1974, Peter Gabriel fece scoppiare la bomba: comunicò a Tony Smith che dopo la tournée avrebbe abbandonato il gruppo. La decisione in realtà era stata presa già prima, ed era nota sia agli altri componenti dei Genesis sia al "patron" Stratton-Smith. Quest'ultimo pregò il cantante di rimanere almeno fino alla conclusione del tour; e così fu.

I motivi dell'abbandono di Peter vennero spiegati da lui stesso in una lettera ai media. Paura di rimanere prigioniero del grande macchinario commerciale; di smarrire la libertà artistica se rimaneva insieme a una band che ormai era condannata al successo... Ma c'erano altre, più profonde e intime, ragioni.
La relazione tra lui e sua moglie Jill era entrata in una fase delicata. Jill aveva dapprima avuto un tête-à-tête con un roadie dei Genesis ("un patetico tentativo per ottenere più attenzioni", avrebbe spiegato dopo) e ora stava avendo un parto complicato.
Per lavorare a The Lamb..., i cinque musicisti avevano scelto di recludersi a Headley Grange, una casa di campagna che apparteneva ai Led Zeppelin e che veniva usata anche da altre band. La trovarono devastata e occupata dai ratti.
Nel tentativo di salvare il suo matrimonio, Peter propose agli altri di pensare loro alla musica: lui avrebbe continuato a lavorare sui testi stando a casa propria.
Non era però l'unico a mostrarsi insofferente per una vita tipo college o caserma, con pasti consumati alla buona, i materassi buttati a terra, ecc.: anche Steve Hackett, che aveva appena alle spalle il suo primo divorzio, penava maledettamente. ma se non altro Steve rimase nel collettivo.
E il risultato fu eccezionale... pur se non precisamente per merito suo.

Dalle numerose jam sessions nacquero "The Waiting Room" e "Silent Sorrow In Empty Boats": improvvisazioni intramontabili. "Fly On A Windshield", "Ravine" e "Hairless Heart" sono altri brani che risultarono da sperimentazioni strumentali in quel di Headley Grange.
La parte musicale fu presto pronta. Non poca frustrazione fu causata dal fatto che Peter tardava a concludere i suoi famosi testi, e così Tony Banks e Mike Rutherford insistettero per dargli una mano.




All'uscita dell'album, le prime reazioni furono di puro sconcerto. Lo stato di cult "L'Agnello" lo avrebbe raggiunto solamente quando i tempi fossero stati più maturi.
Il disco possiede una continuità tematica, ma molte songs possono benissimo ascoltarsi singolarmente: "In The Cage", "The Lamia", "Carpet Crawlers", "Back In NYC", "The Light Dies Down On Broadway" e "Lilywhite Lilith" sono gli esempi migliori. C'è maggiore impulsività e maggiore naturalezza rispetto ai lavori precedenti, cosa che piacque molto al pubblico americano. Sull'altro piatto della bilancia pesano l'ermetismo del concetto di Gabriel (la storia di Rael è spiegata sulla copertina, per aiutarne meglio la comprensione) e la mancanza di entusiasmo, sia in fase compositiva che in fase esecutiva, fatta registrare da Hackett. In molti scorci dell'album, i Genesis sembrano essersi ridotti a un trio: Banks-Collins-Rutherford. Cosa che del resto accadrà per davvero di lì a poco...

Ma chi è Rael? E' un individuo che può solo fuggire oppure arrendersi. Si tratta, chiaramente, dell'alter ego di Peter Gabriel. Il quale, nella sua canzone "Solsbury Hill", che parla della sua dipartita dai Genesis, riepilogherà:

I was feeling part of the scenery
I walked right out of the machinery
.

Il doppio album The Lamb rappresenta una sorta di auto-psicanalisi. Gabriel ne scrisse le lyrics nel momento più kafkiano della sua vita, quando sentiva di aver raggiunto un bivio pericoloso nella sua carriera di rockstar. Ma che i testi parlassero di se stesso - come disse in un'intervista rilasciata ad Armando Gallo - se ne rese conto soltanto mentre li cantava per la prima volta davanti a un pubblico. In "Cuckoo Cocoon" c'è questo verso: "I feel so secure that I know this can't be real". Un conclamato segno di schizofrenia. Peter si trovava veramente a una svolta delicata, come riflettono anche le parole "cushioned strait-jacket" ("camicia di forza imbottita") di "In The Cage". 
        
***

Roger Waters dei Pink Floyd avrebbe realizzato The Wall, la sua propria rock-opera sull'alienazione, non prima di cinque anni più tardi. Anche The Wall è un doppio, e anche quel disco segnò l'inizio di un distacco che avrebbe avuto sulla band notevoli ripercussioni...


Tracks:

Disc 1    

1. The Lamb Lies Down On Broadway
2. Fly On A Windshield    
3. Broadway Melody Of 1974  
4. Cuckoo Cocoon    
5. In The Cage    
6. The Grand Parade Of Lifeless Packaging   
7. Back In N.Y.C. 
8. Hairless Heart   
9. Counting Out Time    
10. Carpet Crawlers    
11. The Chamber Of 32 Doors  

Disc 2    

1. Lilywhite Lilith  
2. The Waiting Room   
3. Anyway    
4. Here Comes The Supernatural Anaesthetist    
5. The Lamia 
6. Silent Sorrow In Empty Boats   
7. The Colony Of Slippermen (The Arrival/A Visit To The Doktor/Raven)  
8. Ravine 
9. The Light Dies Down On Broadway   
10. Riding The Scree    
11. In The Rapids   
12. It    


1 2 3 4 5 6 7 8 Prossimo